Jorge Luis Borges

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Labirinto

Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto nè rovescio
nè muro esterno nè segreto centro.

Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine. E’ di ferro il tuo destino,

così il giudice. Non attendere l’urto
del toro umano la cui strana forma
plurima colma d’orrore il groviglio

dell’infinita pietra che s’intreccia.
Non esiste. Non aspettarti nulla. Neanche
nel nero annottare la fiera.

note: traduzione di Francesco Tentori Montalto, postata il 23/11/2011


                                        

Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
l’animale è morto o è quasi morto.
nimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penembra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritomo.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

note: tratta da “Poesie” (1923-1976), traduzione di Livio Bacchi Wilcock, postata il 14/6/2013


                                        

Il Minacciato

È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica. A cosa mi serviranno i miei talismani: l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione, lo studio delle parole che l’aspro Nord usò per cantare i suoi mari e le sue spade, la serena amicizia, le gallerie della Biblioteca, le cose comuni, le abitudini, il giovane amore di mia madre, l’ombra militare dei miei morti, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.
Già la brocca si rompe sulla fontana, già l’uomo si alza alla voce dell’uccello, già sono oscure sagome quelli che guardavano dietro le finestre, ma l’ombra non ha portato la pace.
È, lo so, l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce, l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.
C’è un angolo di strada dove non oso passare.
Già gli eserciti mi accerchiano, le orde.
(Questa stanza è irreale: lei non l’ha vista).
Il nome di una donna mi denuncia.
Mi fa male una donna in tutto il corpo.

note: postata giugno 2012


                                        

Arte poetica

GUARDARE il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.
Sentire che la veglia è un altro sogno,
sogno di non sognare e la morte
che il nostro corpo teme è questa morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.
Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
trasfigurare l’oltraggio degli anni
in una musica, un ruomore, un simbolo,
vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, questo è la poesia
che è povera e immortale. La poesia
si volge come l’aurora e il tramonto.
Talora nel crepuscolo un volto
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro proprio volto.
Ulisse, dicono, stanco di prodigi,
pianse d’amore, scorgendo la sua Itaca
umile e verde. L’arte è quell’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.
E’ anche come il fiume senza fine
che passa e resta; è specchio di uno stesso
Eraclito incostante, uno e diverso
sempre, come il fiume senza fine.

note: postata il 9/5/2013


                                        

Sono i fiumi

Siamo il tempo. Siamo la famosa
parabola di Eraclito l’oscuro.
Siamo l’acqua, non il diamante duro,
che si perde, non quella che riposa.

Siamo il fiume e siamo anche quel greco
che si guarda nel fiume. Il suo riflesso
muta nell’acqua del cangiante specchio,
nel cristallo che muta come il fuoco.

Noi siamo il vano fiume prefissato,
dritto al suo mare. L’ombra l’ha accerchiato.
Tutto ci disse addio, tutto svanisce.

La memoria non conia più monete.
E tuttavia qualcosa c’è che resta
E tuttavia qualcosa c’è che geme.

note: postata 19/11/2013


                                        

La felicità 

Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva.
Tutto accade per la prima volta.
Ho visto una cosa bianca in cielo. Mi dicono che è la luna, ma
Che posso fare con una parola e con una mitologia?
Gli alberi mi fanno un poco paura. Sono così belli.
I tranquilli animali si avvicinano perché io gli dica il loro nome.
I libri della biblioteca sono senza lettere. Se li apro appaiono.
Sfogliando l’atlante progetto la forma di Sumatra.
Chi accende un fiammifero al buio sta inventando il fuoco.
Nello specchio c’è un altro che spia.
Chi guarda il mare vede l’Inghilterra.
Chi pronuncia un verso di Liliencron partecipa alla battaglia.
Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine.
Ho sognato la spada e la bilancia.
Sia lodato l’amore in cui non ci sono né possessore né posseduta, ma entrambi si donano.
Sia lodato l’incubo che ci rivela che possiamo creare l’inferno.
Chi si bagna in un fiume si bagna nel Gange.
Chi guarda una clessidra vede la dissoluzione di un impero.
Chi maneggia un pugnale prevede la morte di Cesare.
Chi dorme è tutti gli uomini.
Ho visto nel deserto la giovane Sfinge appena scolpita.
Non c’è nulla di antico sotto il sole.
Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982


                                        

Baruch Spinoza

Foschia d’oro, l’occidente illumina
la finestra. L’assiduo manoscritto
aspetta, già carico di infinito.
Qualcuno costruisce Dio nella penombra.
Un uomo genera Dio. E’ un ebreo
dai tristi occhi e dalla pelle citrina;
lo porta il tempo come porta il fiume
una foglia nell’acqua che declina.
Non importa. Il mago insiste e scolpisce
Dio con geometria delicata;
dalla sua malattia, dal suo nulla
continua a erigere Dio con la parola.
Il più prodigo amore gli fu concesso,
l’amore che non aspetta di essere amato.

traduzione di Livio Bocchi Wilcock


                                        

Poesia dei doni 

Nessuno umìli a lagrima o a rimbrotto
la confessione della maestria
di Dio che con magnifica ironia
mi dette insieme i volumi e la notte.

Di una città di libri fe’ padroni
due occhi spenti, cui leggere è dato
negli scaffali dei sogni soltanto
gl’insensati paragrafi che accorda

al desiderio l’alba. Invano il giorno
spalanca loro i suoi libri infiniti,
ardui come gli antichi manoscritti
periti in Alessandria. Narra un mito

greco di un re che tra fontane e orti
muore di fame e di sete; a quel modo
io erro senza meta per la mia
alta e profonda biblioteca cieca.

Atlanti, secoli, enciclopedie,
Oriente ed Occidente, dinastie,
simboli, cosmi e cosmogonie
porgono i muri, tutto inutilmente.

Lento nella mia notte, la penombra
vana tento con la canna indecisa,
io, che mi figuravo il Paradiso
sotto la specie d’una biblioteca.

Qualcosa, cui di certo non si addice
il nome caso, governa la sorte;
qualcuno ricevette già, in confuse
sere, i molti volumi e la mia ombra.

Errando per i lenti corridoi
a tratti sento con divino orrore
che sono l’altro, il morto, che avrà mosso
i medesimi passi in giorni uguali.

Chi dei due ora scrive questi versi
d’un io plurale e d’una sola ombra?
Che importa la parola che mi nomina
se è indiviso e uno l’anatema?

Groussac o Borges, guardo questo amato
mondo che si deforma e si cancella
in una pallida cenere vaga
che rassomiglia al sogno e all’oblio.

Traduzione di Domenico Porzio
(Tutte le opere, I Meridiani Mondadori, 1984-85).


                                        

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.


Traduzione di Domenico Porzio
dal libro “La cifra” – Ed. Mondadori – 1981